Cloaca Massima

Cloaca Massima

Il più grande collettore fognario romano ancora funzionante, la “Cloaca Maxima”, fu progettato in età arcaica per canalizzare il torrente che scorreva nel Velabro, frequentemente inondato dalle acque del Tevere, e fu così possibile bonificare la valle dove si sviluppò il Foro Romano.

La cloaca maxima, la più grande di tutte le fognature antiche è un’opera idraulica complessa nella quale si sommano diverse funzioni, che ha subìto nei secoli molteplici trasformazioni per adattarsi alla vita quotidiana di Roma, che all’apogeo dell’Impero contava più di un milione di abitanti. Il tratto monumentale, di età imperiale, dal Foro di Nerva scende sotto il Foro Romano (figg.1-3, 9), dove è ancora visibile ciò che resta del primo condotto costruito in età arcaica. L’origine della Cloaca, infatti, è molto più antica e la funzione per la quale fu progettata non fu soltanto quella di fognatura. Un collettore fognario provvedeva certamente alle necessità di gestione delle acque urbane, ma al contempo la sua conformazione come canale di bonifica garantiva un eccellente rimedio contro le esondazioni del fiume. In origine, infatti, la funzione primaria per la quale l’opera fu realizzata fu quella di rendere agibile l’area nella quale doveva organizzarsi il Foro Romano, allagata dalle acque del Tevere che trasformavano periodicamente in una palude la valle compresa tra il Campidoglio e il Palatino (Velabrum). Le inondazioni annuali potevano talvolta superare i 10 m, allagando le aree più basse della città.

Nel trattare della cloaca maxima (“receptaculum omnium purgamentorum urbis”) in uso ai suoi tempi, lo storico Livio ci informa che per fare fronte a tale problema l’opera era stata costruita molti secoli prima, nel VI secolo a.C., da Tarquinio Prisco progettando un monumentale condotto ipogeo, completato da Tarquinio il Superbo fino al Tevere. Siamo oggi in grado di risalire alla forma originaria della struttura: il condotto formato da due canali paralleli era coperto in piano da una doppia fila di blocchi sporgenti dal piano pavimentale della piazza. La sua realizzazione costituisce la testimonianza dell’alto livello di conoscenza nell’ingegneria idraulica e nella tecnica costruttiva etrusco-romana e le fasi successive dell’infrastruttura seguiranno di pari passo con la storia evolutiva dell’urbanistica del centro di Roma antica.

Modificata più volte per i molteplici restauri e le sostanziali trasformazioni architettoniche succedutisi per i continui rifacimenti dei monumenti soprastanti, dall’età repubblicana a quella imperiale, l’opera è giunta a noi con le forme imponenti ammirate già da Plinio il Vecchio per la loro magnificenza e descritte con meraviglia da Dionigi di Alicarnasso che annoverava la cloaca maxima di Roma tra le grandi opere quali gli acquedotti e le grandi strade lastricate. Per questo motivo, oggi l’interno del condotto mostra un palinsesto di tecniche edilizie che rispecchiano tutta l’evoluzione della tecnica edilizia etrusca e romana, dall’impiego del cappellaccio all’opera “incerta” e reticolata, all’uso estensivo del tufo e del laterizio, accompagnato da un sapiente impiego dell’opera cementizia per le volte, come si può ammirare nel lungo tratto della Cloaca Massima sottostante il Foro di Nerva (fig.4), al quale, alla fine del I sec. d.C., furono definitivamente connessi i sistemi di smaltimento dei Fori imperiali. Analogamente, al di sotto del Foro Romano, nella cloaca Massima confluiscono numerosi condotti secondari. Davanti alla Basilica Emilia si immette il canale proveniente dall'Arco di Tito che percorre la via Sacra e alle spalle della Basilica Giulia vi confluiscono le fognature delle costruzioni domizianee poste sulle pendici del Palatino, costruite in laterizio e con copertura ‘a cappuccina’. La parte della grande fognatura attualmente esplorabile inizia a nord della Torre dei Conti, al di sotto dell’attuale via Cavour. In questo tratto, reso agibile nel 1889, il condotto ha un'altezza di circa 3 metri (10 piedi romani), con il pavimento a quasi 12 metri sotto il piano stradale moderno (il livello antico si trova circa 6 metri sotto a quello attuale). Il monumentale condotto idraulico attraversa poi tutta l’Area Archeologica Centrale, sottopassando l’antico vicus Tuscus (fig.7), per giungere fino al Tevere. Al suo percorso era legata la presenza di numerose sorgenti naturali e luoghi di culto, in primis, quello di Venere Cloacina, (dea alla quale si attribuiva funzione purificatrice) collocato in prossimità del tratto della Cloaca Massima augustea sottostante la basilica Aemilia. Oggi questa grandiosa opera di ingegneria viene ancora utilizzata come fognatura. Le acque non sboccano più nel Tevere ma vengono deviate nel Basso di Sinistra, un grande collettore fognario moderno che scorre parallelo al fiume. Lo sbocco della Cloaca Massima al Tevere, caratterizzato da una triplice ghiera di blocchi di peperino, è ancora oggi visibile dalla banchina in riva sinistra, in prossimità di Ponte Palatino (figg.5, 10).

 

La Fortuna della Cloaca Massima

Plinio il Vecchio ne sottolineava la magnificenza, elogiando la robustezza dei suoi canali, talmente ampi che Agrippa nel 33 a.C., dopo aver messo in atto importanti attività volte alla sua manutenzione, poteva percorrerli in barca. Dionigi di Alicarnasso ne parlava come di un’opera meravigliosa, che paragonava agli acquedotti e alle grandi strade lastricate. Ancora nel medioevo i pellegrini che giungevano a Roma l’annoveravano tra i “mirabilia urbis”. Con il passare del tempo e con il progressivo innalzamento di quota dei piani di calpestio della Città la Cloaca Massima rimase intasata in molti punti per gli ingenti depositi di limo accumulatisi con le frequenti piene del Tevere e fu parzialmente sostituita da un “Chiavicone” rinascimentale che serviva la Suburra. Tuttavia, nel XVI e XVII secolo suscitò la curiosità di molti artisti, tra cui Domenico Crespi e Ludovico Carracci che la rappresentarono nei propri dipinti, soprattutto in quelli dedicati a San Sebastiano, il cui corpo, secondo la tradizione agiografica, dopo essere stato trafitto da frecce fu gettato nella Cloaca come segno di massimo disprezzo, analogamente a quanto era già avvenuto per il corpo dell’imperatore Elagabalo. Dopo i primi scavi della fine del Settecento, che ne misero in luce soltanto un breve tratto al di sotto del Foro Romano, alla fine del secolo successivo e in occasione delle indagini condotte per la realizzazione di Via dell’Impero, si cominciò a riscoprirla e a rimetterla parzialmente in uso. A partire dagli anni Duemila con le campagne di scavo condotte dalla Sovrintendenza Capitolina è stato finalmente avviato, in collaborazione e con il supporto dell’Associazione Roma Sotterranea, un piano sistematico di esplorazioni che ha riguardato l’intera estensione del condotto e che ha consentito di acquisire nuovi e importanti dati per lo studio e la conoscenza del contesto monumentale. Entrando nella complessa rete fognaria antica, parte integrante dell’area archeologica centrale di Roma, si osserva la parte più nascosta, ma in molti casi la più conservata e certamente meno conosciuta dell’arte di costruire dei Romani, che degli Etruschi furono eredi, soprattutto per ciò che riguarda le competenze nel campo dell’ingegneria idraulica. Talvolta, l’esame di queste strutture consente una più facile ricostruzione e interpretazione degli antichi edifici soprastanti, ormai scomparsi. Scavare gli antichi condotti sotterranei di Roma può anche condurre a importanti scoperte. Nel 2006, ad esempio, nel rimuovere i depositi che ostruivano i condotti del Foro di Traiano, fu rinvenuto il ritratto dell’imperatore Costantino, oggi conservato nei Mercati di Traiano.

 

Interventi finalizzati al ripristino della funzionalità e alla valorizzazione

A partire dal 2008 il monumento è stato oggetto di approfondite indagini, rilievi e studi che hanno offerto un quadro più completo e preciso sulla sua conoscenza e ne hanno avviato la ‘riscoperta’. Nel 2011, insieme al Dipartimento Sviluppo Infrastrutture e Manutenzione Urbane e ad Acea Ato2, sono state avviate diverse attività finalizzate alla manutenzione della Cloaca Massima nel tratto sottostante le aree archeologiche dei Fori Imperiali e del Foro Romano. Una complessa operazione, consistita nella rimozione di enormi quantità di detriti e sedimenti che in alcuni punti del tracciato creano ostruzioni e riduzioni della sezione del condotto, è stata eseguita nel tratto terminale conservato, sottostante l’Arco di Giano. Qui, nel novembre 2013 è stato realizzato anche un restauro sulla volta del condotto. Di interventi di questo tipo non si aveva notizia da più di un secolo. A seguito di tali lavori è stato elaborato un documento di sintesi che evidenzia situazioni di pericolo relative a diverse tipologie di danni sia per le strutture della Cloaca Massima che per gli edifici che insistono sulle aree interessate dal percorso della fognatura.

A partire dal 2009, la collaborazione tra la Sovrintendenza Capitolina e la Società Roma Metropolitane ha permesso di ottenere importanti risultati, scaturiti dalle complesse indagini conoscitive svolte nell’ambito del progetto Metro C (per la realizzazione della nuova tratta T3), che hanno interessato il segmento più a monte della Cloaca Massima, da Via Cavour ai Fori Imperiali (figg.6, 8). In tale occasione è stato possibile avvalersi dell’utilizzo delle più moderne tecnologie di prospezione geognostica e di rilievo mediante utilizzo di strumentazione Laser-Scan all’interno dei condotti idraulici, per indagare nel dettaglio le tecniche costruttive e valutare le reali condizioni del manufatto, che è risultato di livello straordinario. La deviazione delle acque reflue e la rimozione dei sedimenti, con l’illuminazione artificiale, per la prima volta ha consentito di esaminare integralmente il condotto fognario e di rilevare la regolarità del fondo, formato da enormi blocchi di travertino con grappe metalliche ancora in situ, nonché il suo eccezionale stato di conservazione.

Per ciò che concerne la fruibilità del monumento, a causa delle difficoltà oggettive che presenta, sia per il pericolo costituito dai punti di accesso (prevalentemente pozzi), sia per le condizioni insalubri dell’ambiente ipogeo, in questi anni è stato possibile accompagnare soltanto piccoli gruppi di studiosi. Il progetto di visita per il pubblico di un tratto, sia pur limitato della Cloaca Massima, prevede la riapertura del segmento della Cloaca Massima sottostante il Foro di Nerva. Si auspica che con il procedere delle opere di bonifica, l’attuale impraticabilità di molti tratti del condotto principale possa essere ridotta e che si possa giungere a una migliore accessibilità del monumento, che, in ogni caso, non potrà avvenire senza l’assistenza di operatori speleologi per garantire innanzitutto la sicurezza dei visitatori.

 

Bibliografia

H. Bauer, ‘Die Cloaca Maxima in Rom’, in Mitteilungen des Leichtweiss – Institut für Wasserbau der Technischen Universität Braunschweig 103, 1989, pp. 45-67.

E. Bianchi, ‘Projecting and Building the Cloaca Maxima’, in E. Tamburrino (a cura di), Aquam Ducere II, ‘Proceedings of the second international Summer School Water and the City: Hydraulic Systems in the Roman Age, ‘Feltre, 24th-28th August 2015’, Seren del Grappa (BL) 2018., pp. 177- 204.

E. Bianchi, La ‘cloaca massima” dei Tarquini. Un canale di regimazione delle acque per la bonifica del Velabro, in I. Damiani, C. Parisi Presicce (a cura di), La Roma dei Re. Il racconto dell’Archeologia (catalogo della mostra), Gangemi Editore 2019, pp. 191-193.

Rione: 

XII - Ripa

Orario: 

Il monumento è chiuso per motivi di sicurezza

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