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Area Archeologica di via delle Botteghe Oscure

Area Archeologica di via delle Botteghe Oscure

Questa importante area archeologica fu messa in luce nel 1938 durante i lavori di ampliamento di via delle Botteghe Oscure. Le demolizioni, che prevedevano un consistente arretramento del fronte stradale variabile dagli 8 ai 12 metri circa, portarono alla scoperta del tempio, identificato in un primo momento con quello di Bellona. In seguito all’eccezionale rinvenimento fu revocata l’edificabilità dell’area, ma gli eventi bellici e le lungaggini amministrative avrebbero ritardato la ricomposizione delle colonne e la sistemazione dell’area fino agli anni Cinquanta.

Nell’80 d.C., durante il regno di Tito, un terribile incendio, descritto dallo storico Cassio Dione, devastò il Campo Marzio centro-meridionale. Domiziano, salito al trono l’anno successivo, restaurò e ricostruì i numerosi edifici sacri e pubblici danneggiati dal fuoco e ne edificò di nuovi, trasformando profondamente il tessuto urbanistico dell’area. Fu certamente interessato da questi interventi il quadriportico che circondava il grande tempio repubblicano, di cui rimangono solo alcuni tratti dei muri perimetrali sotto gli edifici moderni, mentre nell’area archeologica di via delle Botteghe Oscure sono visibili i resti del colonnato meridionale del tempio, di una fontana e di parte del lastricato della piazza.

- Il tempio

L’edificio era periptero ed ottastilo, cioè circondato su tutti i lati da colonne di cui otto erano allineate sulla fronte, e vi si accedeva tramite una scalinata. Il podio era rivestito di travertino e su di esso sono state rialzate due colonne di peperino, ricoperto di stucco, con capitelli corinzi in travertino. Dietro è visibile il muro della cella in mattoni, attribuibile al restauro domizianeo, che intervenne pesantemente anche sui colonnati.

All’interno delle cantine moderne, sotto il palazzo di via Celsa 3-5, si conservano invece il muro meridionale e quello orientale della cella. Addossato a quest’ultimo è visibile una sezione del grande basamento in opera laterizia per i simulacri di culto. Anch’esso di età flavia, come la cella, era di forma rettangolare con una sporgenza al centro e doveva essere affiancato da due piccoli ambienti ciechi, probabilmente occupati dalle scale che permettevano di salire sulla sommità del basamento stesso. All’interno della cella vi dovevano essere due file di colonne poste a poca distanza dai muri laterali, come è possibile desumere da un frammento della pianta marmorea severiana, la Forma Urbis, che raffigura una sezione del complesso.

Ben conservata è anche una sezione del portico orientale del tempio, di cui sono visibili quattro basi di colonne di età repubblicana e le grandi lastre di travertino che costituiscono il rifacimento domizianeo della pavimentazione. Questo costituisce, come emerge chiaramente dai dati di scavo, l’ultimo grande intervento sul quadriportico e sul tempio. Al di sotto di esso è stato rinvenuto un imponente rialzamento artificiale, databile tra il 25 e il 50 d.C.. Il sottostate pavimento di tufo, emerso in tempi diversi in più punti dell’area, è invece di età tardorepubblicana.

Una moneta di Valentiniano III rinvenuta tra gli stucchi crollati dalle pareti della cella, consente di datare l’abbandono dell’edificio antico a partire dal 425 d.C. Seguirà una fase di spoliazione e trasformazione che, tra il VI e VII secolo d.C., vedrà l’area occupata da strutture di incerta interpretazione. Poche le testimonianze di vita di epoca medievale e rinascimentale. Il primo intervento significativo documentato dagli scavi è rappresentato infatti, dalla realizzazione, tra il XVI e il XVII secolo, delle cantine, che raggiunsero in più punti le strutture antiche e ne rasarono i muri ad una quota omogenea. Il loro uso è documentato fino ai primi decenni del secolo scorso.

- Ipotesi di identificazione dell’area e del tempio

Il frammento già ricordato della Forma Urbis, la grande pianta marmorea severiana, reca l’iscrizione, incompleta ma sicuramente integrabile, MINI[CIA], che permette di identificare l’area con la Porticus Minucia. Tuttavia il problema non è assolutamente risolto, anzi costituisce uno dei temi più controversi e dibattuti della topografia di Roma. Le fonti infatti, riportano l’esistenza di due Porticus Minuciae. La più antica, denominata Vetus, fu costruita da M. Minucio Rufo, console nel 110 a.C., per celebrare il suo trionfo sugli Scordisci. Si trattava quindi di un edificio a carattere celebrativo, di cui ancora nel 30 d.C. Velleio ricorda la rilevanza. L’altra, detta Frumentaria, fu edificata in epoca imperiale per le distribuzioni gratuite di grano, le frumentationes.

Alcuni studiosi, e in modo particolarmente articolato e approfondito Filippo Coarelli, sostengono che la Minucia Vetus sia da identificare nell’adiacente area sacra di Largo Argentina e riconoscono in uno dei quattro templi della zona, il c.d. tempio D, quello dei Lari Permarini, che secondo le fonti si trovava all’interno della porticus repubblicana. Il complesso di via delle Botteghe Oscure, sarebbe invece la Porticus Minucia Frumentaria, e il tempio periptero al suo interno quello delle Ninfe, sede tra l’altro dell’archivio delle frumentationes. Vista la contiguità delle due piazze, il nome si sarebbe esteso dall’una all’altra, spiegando così perché, in piena età imperiale, un edificio pubblico di tale importanza porti il nome di una gens privata. I dati di scavo concordano con questa ipotesi, almeno dal punto di vista cronologico. Il quadriportico infatti fu, come si è visto, ricostruito in età domizianea, in seguito all’incendio dell’80 d.C. Nello stesso periodo fu restaurato anche il tempio e ripavimentata la vicina Area Sacra di Largo Argentina, che comunque, va sottolineato, non possiede i caratteri tipici delle porticus, quali ad esempio i portici su tutti e quattro i lati.

Questa identificazione è stata decisamente respinta da altri studiosi, i quali ritengono che il quadriportico che include il tempio di via delle Botteghe Oscure sia da identificare con la  Porticus Minucia Vetus, nella ricostruzione domizianea seguita all’incendio dell’80. Nel tempio periptero posto al suo interno si riconosce il tempio dei Lari Permarini, che, come già detto, le fonti collocano nella porticus triumphalis di Minucio. La Frumentaria va cercata, invece in altre zone del Campo Marzio.

Più di recente Fausto Zevi ha proposto di localizzarla presso l’attuale via Arenula, dove era situato con ogni probabilità il tempio di Ercole Custode, che fonti antiche ed iscrizioni legano topograficamente al luogo deputato alle frumentationes. Lo studioso pensa quindi di poter riconoscere nella craticula in via S. Maria dei Calderari, possente struttura a pilastri di evidente carattere utilitario, il “vero e proprio edificio delle frumentazioni”. Posto vicino al Tevere, in un luogo comodamente raggiungibile sia a piedi che con i carri dall’enorme massa di persone che beneficiava delle distribuzioni gratuite, era anche ben protetto in caso di incendio e poteva essere rifornito con facilità.

Informazioni pratiche

Indirizzo
via Celsa
Rione

Pigna

Orario

Ingresso consentito solo a gruppi accompagnati.
Gruppi max 20 persone alla volta.

Temporaneamente chiuso

Informazioni e prenotazioni

Prenotazione telefonica obbligatoria tel. 060608